venerdì 31 ottobre 2014

Filiere e territori dell'industria automotive in Italia

Il 7 novembre si svolgerà il workshop «Filiere e territori dell'industria automotive in Italia. Ripensare le politiche di crescita e  qualificazione del settore» alle ore 9:30, presso Camera di Commercio, I.A.A. di Napoli (Via Sant'Aspreno n. 2 - Sala del Consiglio, III piano). L'industria dell'auto rappresenta tradizionalmente uno dei settori cruciali per la creazione di valore economico, occupazione e innovazione. La ristrutturazione che sta affrontando il settore ha portato ad una profonda ridefinizione dei caratteri che tale settore ha in Italia. Le analisi delle ristrutturazioni dell'industria dell'auto in Italia hanno, però, più spesso guardato allo scenario competitivo globale e alle strategie della FIAT, trascurando le trasformazioni delle filiere produttive legate alle produzione dell'auto e alla sua articolazione territoriale. Il workshop, sulla scorta di originali risultati di ricerca, si pone l'obiettivo di comprendere come stanno cambiando le relazioni tra le imprese delle filiera automotive, con quali effetti in termini di allocazione regionale delle attività di produzione, facendo particolare attenzione alle implicazioni per le politiche di crescita e qualificazione del settore. Su queste aspetti si focalizza il workshop promosso dal Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II in collaborazione con il CESVITEC - nell'ambito del Protocollo d'intesa “Collaborazione per lo sviluppo e l'innovazione competitiva delle piccole imprese in Campania” - e il CAMI - Center For Automotive & Mobility Innovation Università Ca' Foscari di Venezia. L'evento si propone di realizzare un momento di diffusione dei risultati della più aggiornata ricerca scientifica in campo socio-economica sul settore industriale automotive, presentando e mettendo a confronto alcuni selezionati studi in materia; in secondo luogo si propone di costruire un'occasione di relazione tra gli attori della ricerca scientifica e il sistema locale delle imprese al fine di favorire l'accesso degli operatori economici alle risorse di conoscenza scientifica utili ai processi di innovazione competitiva delle piccole e medie imprese locali e del sistema produttivo territoriale. Il workshop prevede due sessioni di presentazioni scientifiche dedicate, la prima, all'evoluzione delle filiere dell'automotive in Italia, mentre la seconda ai territori e alle iniziative locali per la qualificazione dell'automotive. Segue poi la tavola rotonda «Ripensare le politiche di crescita e qualificazione dell'industria automotive in Italia».

Programma

giovedì 23 ottobre 2014

Il mondo accademico in campo per la sicurezza. Conoscere per migliorare

Il 28 Ottobre 2014, alle ore 9:30, presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II (Vico Monte della Pietà 1, Aula Magna, I piano) è previsto il convegno «Il mondo accademico in campo per la sicurezza. Conoscere per migliorare». L'evento è frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Scienze Sociali e l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni sportive del Ministero degli Interni e promuove un confronto multidisciplinare sul fenomeno della violenza nel calcio. Dopo i tragici fatti di cronaca accaduti prima dell'ultima finale di Coppa Italia è aumentata la volontà delle istituzioni di comprendere più a fondo il fenomeno del tifo organizzato e più in generale le trasformazioni di tutte le sfere sociali animate dalle passioni e dagli interessi che muove il mondo del calcio. Per questo è stato promosso un momento di diffusione dei risultati della ricerca accademica per alimentare il dibattito pubblico sulla base di conoscenze scientificamente fondate. Nell'ambito del convegno sarà anche presentato il Rapporto CNIMS 2014 sulla sicurezza negli stadi che rappresenta una preziosa fonte informativa sia per gli studiosi, sia per gli operatori di sicurezza, per comprendere e governare il fenomeno della violenza nel calcio.

Programma: http://goo.gl/EnyhMv

martedì 21 ottobre 2014

Il lavoro a partita IVA nella crisi: implicazioni sociologiche

Il lavoro autonomo ha avuto un posto centrale nel dibattito sulle trasformazioni postfordiste del lavoro. In particolare il lavoro a partita IVA ha rappresentato per un certo periodo il riferimenti per le analisi sulla crisi del lavoro salariato e lo sviluppo di nuove forme di autoimprenditorialità. Con la crisi la consistenza del lavoro a partita IVA si è ridotta e la condizione socio-economica di questi lavoratori si è degradata. Su queste tematiche si sofferma la relazione finale di Giovanna Marino dal titolo "Il lavoro a partita IVA nella crisi: implicazioni sociologiche".

Il lavoro a partita IVA nella crisi: implicazioni sociologiche

La tematica di questa relazione è il lavoro autonomo. Questa particolare attenzione al lavoro autonomo nasce, oltre che da un interesse personale, anche dalla rilevanza che la diffusione del lavoro autonomo ha avuto nel dibattito teorico sulle trasformazioni del lavoro post-fordista.
Il lavoro autonomo è tornato periodicamente al centro dell’interesse di economisti e sociologi, a rivitalizzarlo è stato l’aumento della disoccupazione, la riduzione del lavoro dipendente e la parallela aspettativa che un’alternativa potesse trovarsi nell’autoimprenditorialità, nonché nella capacità occupazionale delle micro imprese, favorite dal contestuale mutamento delle strutture economiche-produttive e dalla terziarizzazione dell’economia.
In Italia, da un punto di vista giuridico, il “lavoro autonomo” è definito dall’articolo 2222 del Codice Civile che indica come lavoratore autonomo “colui che si obbliga a compiere a  prezzo di un corrispettivo, un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti di un committente”.              
L’obiettivo di questa relazione è capire negli anni della crisi (2007–2014) l’andamento quantitativo del lavoro autonomo in Italia, la sua composizione per poi riflettere sulle implicazioni rispetto ai temi teorici.

lunedì 20 ottobre 2014

Un'analisi del lavoro irregolare nella crisi

Il mercato del lavoro italiano è tradizionalmente segnato da un'elevata incidenza del lavoro irregolare. Tale fenomeno si concentra maggiormente nelle regioni del Mezzogiorno, colpisce i settori dell'agricoltura, dell'edilizia e del terziario tradizionale. Gli immigrati sono più frequentemente in condizione di irregolarità lavorativa. Con la crisi economica, anche l'economia sommersa e il lavoro irregolare ha subito delle trasformazioni, su di queste si focalizza il lavoro «Un'analisi del lavoro irregolare nella crisi» di Claudia Porreca, per la relazione finale del corso di laurea triennale in Sociologia.

Un'analisi del lavoro irregolare nella crisi

In questa relazione si tratta il fenomeno del “lavoro irregolare” in Italia, (spesso denominato anche come “lavoro nero”), che comprende tutte quelle attività lavorative prive di alcuna copertura previdenziale, di garanzia e di tutela previste dalla legge. Accanto al lavoro nero caratterizzato da una totale irregolarità, le aziende ricorrono sempre più frequentemente a forme di irregolarità parziali che rientrano nell’ambito del “lavoro grigio”: rapporti di lavoro di cui si conosce l’esistenza ma in cui i lavoratori sono impiegati in disposizione delle norme vigenti in materia contributiva e fiscale fino a sfociare all’utilizzo improprio di rapporti di lavoro diversamente qualificati, ad esempio i lavoratori con contratto a progetto, dietro il quale si celano rapporti di lavoro subordinato.
C’è accordo nella letteratura economica e manageriale che per un buon funzionamento i sistemi economici di stampo capitalistico debbano possedere un apparato di norme e istituzioni volte a disciplinare il comportamento dei vari soggetti economici in questione, in particolare le aziende e i lavoratori, per consentire anche in un libero mercato il perseguimento dell’interesse individuale e collettivo, migliorando in maniera costante la qualità e quantità dei beni e servizi disponibili favorendo così l’imprenditorialità (Lucifora 2003).

domenica 19 ottobre 2014

Il capitale sociale: un confronto teorico tra Pierre Bourdieu e James Coleman

Il concetto di capitale sociale ha avuto un'ampia attenzione sia per le sue implicazioni per lo sviluppo della teoria sociologica contemporanea, sia per l'estesa applicazione nella ricerca empirica. La definizione di tale concetto e il suo inquadramento teorico sono, tuttavia, diversi e spesso concorrenti. La relazione finale di Laura Rocco - Il capitale sociale: un confronto teorico tra P. Bourdieu e J. Coleman - si inserisce in questo ampio dibattito, scegliendo di mettere a confronto due autori di grande rilevanza nella teoria sociologica contemporanea:  Bourdieu e Coleman. Questi due autori hanno sviluppato una diversa concezione del concetto di capitale sociale e lo hanno applicato, tra le altre cose, al campo dell'istruzione e dei sistemi scolastici, arrivando a conclusioni significativamente diversi.

Il capitale sociale: un confronto teorico tra Pierre Bourdieu e James Coleman

Oggetto di questa relazione è il concetto di capitale sociale. L’obiettivo infatti è quello di illustrare la rilevanza assunta dal capitale sociale attraverso il confronto fra le posizioni teoriche di due autori ritenuti  tra i più importanti nell’ambito delle scienze sociali contemporanee: la teoria della scelta razionale di James Coleman e lo strutturalismo genetico di Pierre Bourdieu.
Ci sono diverse definizioni di capitale sociale ma nella maggior parte dei casi ci è presentato come “l’insieme delle relazioni di cui un individuo dispone e attiva in un determinato momento” (Trigilia, 2001: 110). L’interesse per questo argomento è scaturito dal fatto che si è soliti  parlare  di capitale economico e di capitale culturale quali determinanti dello sviluppo e delle differenziazioni sociali, senza mai porre la dovuta attenzione alle relazioni e ai legami che si instaurano tra gli individui; relazioni che, invece, sono da considerare come “fattore aggiunto” per meglio comprendere sviluppo e disuguaglianza. La metodologia scelta per svolgere questo lavoro è la letteratura sociologica vista l’esistenza di molteplici fonti in materia, ma talvolta si è fatto uso anche  della documentazione presente in rete. Nello specifico ho soffermato la mia attenzione sui testi e i saggi scritti da alcuni tra i sociologi italiani più conosciuti: Arnaldo Bagnasco, Carlo Trigilia, Antonio Mutti e Fortunata Piselli.
Questi autori hanno ripreso e argomentato il pensiero di James Coleman e Pierre Bourdieu riguardo il concetto di capitale sociale mettendone in risalto le caratteristiche e le funzioni che entrambi gli attribuiscono.